Alla luce dell’efficacia del trattamento con EMDR, sono stati condotti numerosi studi
con l’intento di investigare i processi cognitivi e neurobiologici
alla base di tale metodologia in sui pazienti affetti da
Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD).

Da un punto di vista neuro-anatomico il PTSD è associato ad alterazioni a livello dell’ippocampo, del cingolo e dell’amigdala, aree che costituiscono il sistema limbico (Francati, Vermetten & Bremner, 2007.) Quest’ultimo è noto prevalentemente per il suo coinvolgimento in funzioni di ordine superiore quali l’elaborazione delle emozioni, il senso di autocoscienza e l’integrazione della memoria a breve termine, fondamentali per determinare il comportamento umano. Una disfunzione di una o più aree di questo sistema si traduce in una ridotta capacità di elaborazione ed integrazione delle memorie connesse ad eventi traumatici. Più precisamente questa incapacità dipende da una ridotta inibizione top-down della corteccia frontale sull’amigdala, che risulta quindi iperattiva; tale disregolazione è alla base di alcuni sintomi presenti nel PTSD (Pagani et al., 2015).

Diversi studi (Lansing, Amen, Hanks & Rudy 2005; Oh & Choi, 2007) hanno dimostrato che l’EMDR agisce proprio su questo meccanismo, ripristinando il controllo corticale sulle strutture sottocorticali iperattive.

Tra questi vi è lo studio di Lansing e collaboratori del 2005. Utilizzando una tecnica di Neuroimaging funzionale (1), gli autori hanno monitorato l’attivazione cerebrale di sei agenti di polizia durante la fase di richiamo di un evento traumatico, prima e dopo l’EMDR. È emerso che a seguito della sessione di stimolazione si verificava un decremento del flusso sanguigno nelle regioni iperattive prima del trattamento (giro cingolato anteriore e amigdala) e parallelamente un incremento di tale flusso nella corteccia frontale.

Tale ricerca, tuttavia, mostra le modificazioni cerebrali da un punto di vista funzionale ed anatomico rilevate prima e dopo il trattamento con EMDR.

I primi a fornire, invece, una descrizione di tali alterazioni in tempo reale, cioè durante una seduta di psicoterapia, sono stati Pagani e colleghi nel 2012. Ciò è stato possibile mediante l’uso dell’elettroencefalografia (2) (EEG), collocando sul capo dei pazienti la cuffia contenente gli elettrodi prima di iniziare il trattamento. Gli autori hanno così monitorato l’attivazione neuronale durante la prima e l’ultima sessione di EMDR, specialmente durante la stimolazione bilaterale.
I risultati emersi sono in linea con gli studi presentati in precedenza; prima di iniziare il trattamento, i soggetti con PTSD presentano, infatti, un’elevata attivazione del sistema limbico quando ripensano all’evento traumatico, rispetto al gruppo di controllo.

A seguito della stimolazione bilaterale vi è, invece, un significativo spostamento dell’attivazione dalle regioni limbiche alle aree corticali, deputate a funzioni cognitive ed associative.
Questi risultati suggeriscono, dunque, che gli eventi traumatici, elaborati durante la stimolazione bilaterale, vengono processati da aree che svolgono funzioni cognitive superiori; potrebbe, quindi, essere tale meccanismo a portare il soggetto a ripensare al ricordo traumatico, senza provare disagio emotivo, al termine del trattamento con EMDR (Pagani et al., 2012).

(1) In medicina, metodica estremamente dettagliata per la rappresentazione del sistema nervoso, e in particolare del cervello, ottenuta con tecniche di risonanza magnetica funzionale. (www.treccani.it)
(2) In medicina, registrazione grafica dei fenomeni elettrici che si svolgono nel cervello. (www.treccani.it)

Pertanto è possibile ipotizzare che l’EMDR favorisca non solo un’integrazione adattiva delle memorie traumatiche, potenziando la connettività intraemisferica, ma porti anche ad una diminuzione dei sintomi tipici del PTSD legati all’aumento di arousal (Farina et al., 2014).