L’individuo si muove nel mondo con e attraverso il proprio corpo, un corpo su cui si crea una serie di immagini e rappresentazioni riconducibili a due fondamentali categorie: lo schema corporeo e l’immagine corporea.

Lo schema corporeo comprende le rappresentazioni percettive del proprio corpo nelle interazioni passate e attuali col mondo circostante. Tali rappresentazioni sono continuamente aggiornate e modificate dalle nuove esperienze tattili e posturali, e permettono all’individuo di muoversi nello spazio riconoscendo le parti del proprio corpo (Head e Holmes, 1911; Schilder, 1950; Riva e Molinari, 2004). L’immagine corporea comprende invece rappresentazioni di tipo cognitivo e affettivo/emozionale che, influenzandosi costantemente, danno vita al modo in cui l’individuo sperimenta e considera il proprio corpo. Secondo Schilder l’immagine corporea è una sorta di quadro mentale del modo in cui ci appare il nostro corpo e deriva dall’esperienza soggettiva che di esso facciamo. Proprio per la sua natura emozionale e per l’influenza che la storia personale, le relazioni con le figure significative e gli atteggiamenti della collettività hanno su di essa, l’immagine corporea rappresenta uno dei cardini delle storie di disordini alimentari.

Le persone affette da disturbi alimentari presentano frequentemente un’alterata percezione del corpo e un’eccessiva valutazione del peso e delle forme, arrivando a sentirsi grasse, gonfie e sproporzionate anche quando sono ormai giunte a uno stato di evidente denutrizione.

L’alterazione del modo in cui l’individuo percepisce il proprio corpo e l’influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima sono previste dal DMS V come criterio diagnostico per l’anoressia nervosa e la preoccupazione per la forma del corpo è considerata uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo dell’alimentazione. Inoltre l’alterazione dell’immagine corporea non sembra beneficiare della risoluzione del disturbo alimentare, ponendosi come fattore predittivo di ricadute (Fairburn, 1993; Freeman, 1985; Rosen, 1990).

Preoccupazioni costanti per difetti e imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico sono altresì presenti nel disturbo di dismorfismo corporeo, che nel DSM V è stato inserito nella sezione dei disturbi ossessivo-compulsivi e correlati in virtù dell’aggiunta del criterio B che prevede la presenza di comportamenti ripetitivi o azioni mentali in risposta alle preoccupazioni stesse. Il dismorfismo corporeo insorge generalmente tra i 12 e i 17 anni e nella maggior parte dei casi sfocia in compromissioni importanti nelle principali aree della vita, con circa il 20% di giovani che abbandonano la scuola e un’alta percentuale di ospedalizzazioni. Chi soffre di dismorfismo corporeo considera il proprio corpo brutto, anormale o deforme e può porre l’attenzione su una sola o più aree corporee (generalmente la pelle, i capelli, i peli o il naso) o per una generale asimmetria percepita nel corpo. Generalmente tali preoccupazioni non sono osservabili da altri individui o posso apparire in modo più lieve rispetto al soggetto che ne è colpito. Come nei disturbi alimentari, si rileva la tendenza a confrontare il proprio corpo con quello degli altri e sono presenti continui controlli sul corpo. Nei maschi si evidenziano spesso preoccupazioni legate ai genitali e può essere presente dismorfismo muscolare (timore di avere una costituzione troppo piccola o insufficientemente muscolosa, è presente quasi esclusivamente nei maschi), nelle femmine è invece più probabile l’associazione con un disturbo alimentare.

L’influenza che le figure di riferimento e il gruppo dei pari hanno nella costruzione della propria immagine sociale sono ormai ampiamente dimostrate: attraverso commenti, opinioni e critiche, il bambino inizia a costruirsi un’idea riguardo a quelli che sono gli standard di riferimento e inizia a confrontare sé stesso con tali standard, valutando la propria immagine corporea in relazione alle aspettative di chi lo circonda. L’accettabilità sociale della propria apparenza fisica ha un forte impatto su come la persona viene trattata dagli altri e, circolarmente, le opinioni delle persone con cui si interagisce influenzano a livelli diversi l’auto-percezione del proprio corpo. È stato dimostrato che quanto più un individuo presta attenzione al modo in cui viene percepito dall’esterno, tanto più cercherà di soddisfare gli standard corporei ideali e tanto più, al mancato raggiungimento di tali standard, proverà emozioni negative rendendosi maggiormente vulnerabile all’influenza del giudizio esterno (Fredrickson e Roberts, 1997). A complicare il quadro ci sono evidenze secondo cui i soggetti affetti da disordini alimentari sarebbero maggiormente inclini a confrontare la propria apparenza con quella degli altri (Toro, Salamelo e Martinez, 1994), impegnando anche diverse ore al giorno tanto in confronti tra sé e gli altri, quanto in pratiche di body checking (continuo monitoraggio del proprio corpo alla ricerca di eventuali difetti), entrambi considerati veri e propri rituali di controllo. Il confronto viene più spesso eseguito con le proprie pari (Heinberg e Thompson, 1992), tuttavia anche l’esposizione alle immagini di corpi femminili proposte dai mass-media sembrano elicitare insoddisfazione per il proprio corpo come dimostrato in pazienti con anoressia nervosa che, nonostante il basso peso corporeo, riportano elevati livelli di ansia alla vista di modelle magre o disegni di corpi.

Nelle moderne società occidentali appare centrale l’influenza del più ampio contesto sociale in cui siamo immersi, che veicola costantemente principi e aspettative sull’aspetto fisico, definendo gli standard di bellezza sociale. Si pensi a giocattoli come la Barbie che nella realtà peserebbe 49 kg con un BMI di 16.24 (criteri che soddisferebbero la diagnosi di anoressia nervosa) per avere idea di quanto gli ideali con cui ci si confronta sin da bambini siano irrealistici, se non letali nei casi peggiori. Inglobati in un sistema che valorizza la magrezza considerandola il principale attributo della bellezza, non stupisce che sin dai 5-6 anni alcuni bambini esprimano preoccupazioni riguardanti il proprio peso, maggiori per le femmine rispetto ai maschi (che possono sperimentare un calo della soddisfazione corporea motivato dalla sensazione di sentirsi troppo piccoli). Persone particolarmente vulnerabili agli stimoli sociali e al giudizio esterno possono interiorizzare tali standard e iniziare la propria personale battaglia orientata al raggiungimento di un corpo snello e adeguato alla società. Soprattutto in individui con bassa autostima e immagini negative di sé stessi, generalmente associate a insoddisfazione corporea e fattore di rischio per i disturbi alimentari, gli ideali devono diventare raggiungibili ed essere avvicinati con sforzo e fatica. Ne deriva un potente senso di competenza nel controllare il proprio corpo e accrescimento del proprio valore personale, circuito che regge con forza il disturbo alimentare.

Come ampiamente dimostrato, l’adolescenza rappresenta il momento di maggior rischio per lo sviluppo di disordini alimentari ed è altresì dimostrato essere un periodo in cui si rileva insoddisfazione corporea con maggior frequenza rispetto agli altri momenti della vita. Un importante fattore di rischio tra i giovani è rappresentato dall’obesità, condizione in cui il livello di insoddisfazione sembra essere ancora maggiore. L’obesità in età giovanile spesso ha un impatto avverso e durevole sulla valutazione dell’immagine corporea e questo sembrerebbe particolarmente vero per le donne, spesso soggette a perdite e aumenti di peso continui con conseguenti fluttuamenti nell’immagine corporea e amplificazione dei vissuti di disagio.

Un’ampia mole di dati ha evidenziato l’atteggiamento negativo che la nostra società dimostra nei confronti delle persone in sovrappeso. Accanto alle legittime preoccupazioni per la salute di queste persone, si riscontra una stigmatizzazione che affligge ulteriormente chi ne è vittima con ripercussioni sulla percezione del proprio corpo. Gli atteggiamenti negativi verso l’obesità sembrano essere presenti nei bambini sin dai 3 anni di età ed è stato evidenziato il rischio maggiore per i bambini in sovrappeso di essere rifiutati, vittimizzati e presi in giro dai pari. I vissuti di solitudine, vergogna e senso di inferiorità che derivano da tale forma di stigmatizzazione, associati a bassa autostima, inefficacia personale, ansia e depressione, rappresentano fattori di vulnerabilità per l’insorgere di disordini alimentari.

Un recente documento a opera dell’All Party Parliamentary Group (APPG) on Body Image ha rilevato che circa il 60% degli adulti prova vergogna per il modo in cui crede di apparire, il 70% delle donne adulte (e il 40% degli uomini) dichiara di aver sperimentato la pressione ad avere un corpo perfetto da parte dei media e delle riviste, il 42% delle giovani donne ritiene che la parte più difficile dell’essere donna sia la richiesta di essere attraente e circa un terzo degli uomini sacrificherebbe un anno di vita in cambio del raggiungimento del corpo ideale. In generale, l’autostima è considerata un’importante fattore protettivo per l’insorgenza dei disturbi alimentari. Una visione di sé positiva è generalmente associata ad una valutazione positiva anche del proprio corpo (soprattutto nei maschi); al contrario, una bassa autostima aumenta la vulnerabilità della propria immagine corporea collocandosi tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza dei disturbi alimentari.